Ognuno di voi intorno ai quindici anni si è imbattuto in un paragrafo del suo libro di storia della letteratura italiana intitolato “lingua d’oc e lingua d’oïl” e adesso, proprio mentre legge le mie parole pensa “ah sì, certo, “oc” era il “sì” della Francia del Sud, della Provenza, il posto da cui venivano i poeti che poi sono andati in Sicilia e poi…e il resto è storia.

L’occitano è una lingua che si associa al Medioevo, soprattutto se si pensa alla produzione letteraria in tale lingua. La provenzalista Monica Longobardi nella prefazione al testo ci racconta delle fatiche di Rosella Pellerino, la traduttrice di quest’opera così suggestiva. Mi sembrava doveroso sottolineare l’importanza del suo lavoro: è, dopotutto, l’unico mezzo per entrare in contatto con un’opera che altrimenti resterebbe perduta, in questo caso nei laghi della Camargue.

Joseph d’Arbaud è un poeta e scrittore in lingua provenzale attivo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, uno dei massimi esponenti del felibrismo. Il felibrismo è un movimento prettamente romantico nato con l’intenzione di preservare l’identità provenzale e ridarne lustro servendosi della sua manifestazione più ovvia e concreta: la lingua occitana.

La Bèstio dóu Vacarés è la sua opera principale: egli stesso la curò in edizione bilingue occitana e francese.

La Bestia di Vacarès è il diario di un pastore della Camargue, Jaume Roubaud: giornate scandite prima dai passi dei suoi animali e dei suoi amati cavalli, Claro de Luna e Vibre, poi dai passi di qualcosa di non ben definito, ma terribilmente inquietante e al contempo affascinante e, ancora, dai passi dei suoi animali, dei suoi cavalli e dai passi misteriosi tutti insieme. Poi un costante interrogativo di fondo, che perpetuamente accompagna il protagonista: perché? Un perché che cammina, nelle paludi, nei lentischi, negli olivastri, nella pioggia, nella notte, nel cuore.

Cos’è che spinge Jaume nel cuore della notte a uscire di casa, montare il suo cavallo e procedere nella notte? Cos’è che porta un innocente pastore della Camargue all’inquietudine, all’ossessione più nera? Il confronto: con l’ignoto in veste concreta, con un noto con cui si fatica ad entrare in contatto e di cui si teme il giudizio, ma, più di tutto, con sé stesso. E poi ancora: con il divino, con il rito perduto, con la bestialità ritrovata della solitudine.

«Da questo momento voglio cercare e cercare ancora, senza scoramento né fatica».

Al centro dell’opera vi sono lo sgomento, la meraviglia, la religio, il sublime, ma anche la pietà: non sempre ciò che spaventa ha in serbo per noi il peggio. L’empatia può salvare anche le notti più buie. In quest’ultimo aspetto l’opera mi ha ricordato molto “Il colombre” di Buzzati.

Il diario inizia con l’incontro del pastore con qualcosa di imprevisto, inconsueto e spaventoso che porterà scompiglio nella sua vita: persino il lavoro passerà in secondo piano, tanto che, a un certo punto, il nostro mandriano, che da sempre batteva le stesse zone, su suggerimento del fratello, si sposterà. I suoi fidi destrieri lo accompagneranno per tutte le sue peregrinazioni e uno dei due, Vibre, toccherà con mano il mistero – o meglio ne verrà toccato.

La trama è tessuta con dettagli sapienti sulla vegetazione, sulle abitudini dei mandriani e, sulla geografia della Camargue: potrebbe questo qualcosa con cui Jaume entra in contatto forse rappresentarla in un tentativo di difenderla con l’allegoria? A voi la risposta – peraltro è per i posteri che il nostro mandriano scrive: per farli innamorare de lonh.

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